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domenica 22 gennaio 2012

La senape

E' una pianticella della stessa famiglia dei cavoli, con fiori gialli a 4 petali.
La Sinapis arvensis è selvatica e si usa in floriterapia.
La Sinapis alba, chiamata così per i suoi semi chiari, è utilizzata per preparare il noto condimento. Alba per distinguerla dal tipo nigra che ha semi scuri e viene usata in medicina, nella cucina orientale e in alcune salse forti come la senape di Digione.
L'uso è antichissimo: viene menzionata anche nella Bibbia. I granelli si pestavano come il pepe e si spargevano sui piatti.
Il sapore forte si ottiene pestando i granellini e lasciandoli in acqua qualche giorno.
Nel XVII secolo a Venezia si preparava la senape mescolando la farina di semi con l'aceto e dopo tre giorni era pronta.
In quel periodo la senape di Digione era già nata, mentre per le altre si dovette attendere il secolo successivo.
Le proprietà sono: rubefacente e tonico.
L'uso esterno è indicato in caso di affezioni alle vie respiratorie e per i reumatismi. Si possono fare pediluvi con la farina di senape o preparare cataplasmi mescolando farina e acqua tiepida sufficienti per essere applicati su di una garza.
Se si hanno i piedi freddi si possono pestare i semi e distribuirli nelle calze.
E' comunque da usare moderatamente e mai sulla pelle delicata.
L'uso interno deve invece essere prescritto da un medico.
I semi di senape vengono utilizzati in India per i curry: si mescolano con altri semi e spezie, tra cui coriandolo e cannella, si fanno tostare finché scoppiettano e poi si macinano.

martedì 17 gennaio 2012

I fiori di Bach

Il medico inglese Edward Bach (1886-1936) è famoso per i rimedi floreali da lui ideati e dalla rivoluzionaria concezione che aveva della malattia.
L'esperienza gli fece comprendere che la malattia non aveva lo stesso decorso per tutte le persone, ma che nascesse dal contrasto tra le scelte esistenziali dell'individuo e il compito della sua anima sulla Terra. Era solo un indicatore di un disagio più profondo, un campanello d'allarme, e ritenne così necessario curare questo dissidio.
Ritenne che la malattia, apparentemente crudele, fosse in se stessa benefica e proficua perché se interpretata correttamente mostra i difetti essenziali, li migliora e si fà spazio una persona migliore. La sofferenza mette quindi in luce la lezione che non si sarebbe potuta apprendere con altri mezzi. La guarigione vi è con la pace dell'anima e la gioia interiore.
Si allontanò dalla medicina ufficiale e selezionò dei rimedi che curassero i sentimenti negativi, come la paura, l'incertezza e lo scoraggiamento, lo scarso interesse per il presente, la solitudine, l'ipersensibilità a idee e influenze esterne, la disperazione, l'eccessiva preoccupazione per gli altri e che guarissero di riflesso l'organismo. Volle che i suoi rimedi potessero essere assunti da chiunque, fossero semplici e privi di effetti collaterali.
Si basò su un principio di analogia, secondo il quale tutti  gli esseri sono simili e sulla somiglianza tra le caratteristiche dei fiori e quelle degli esseri umani.
L'efficacia della floriterapia si basa principalmente sulla effettiva volontà di guarire e la disponibilità a cambiare trasformando i difetti in pregi.
Bach si avvicinava alla natura con gran rispetto, cogliendo i fiori con delicatezza; li metteva in recipienti puliti e li copriva di acqua di sorgente per poi esporli al sole o sottoponendoli alla bollitura.
I rimedi floreali sono 38 più il rimedio di pronto soccorso:
1. Agrimony - agrimonia
2. Aspen - pioppo tremolo
3. Beech - faggio
4. Centaury - centaurea, cacciafebbre
5. Cerato - cerato
6. Cherry plum - prunus
7. Chestnut bud - gemma di ippocastano
8. Chicory - cicoria selvatica
9. Clematis - clematide, vitalba
10. Crab apple - melo selvatico
11. Elm - olmo inglese
12. Gentian - genzianella autunnale
13. Gorse - ginestra
14. Heather - erica
15. Holly - agrifoglio
16. Honeysuckle - caprifoglio
17. Hornbeam - carpinus betulus, carpino
18. Impatiens - erba balzamina
19. Larch - larice
20. Mimulus - mimolo giallo
21. Mustard - senape selvatica
22. Oak - quercia
23. Olive - olivo
24. Pine - pino silvestre
25. Red Chestnut - ippocastano rosa
26. Rock Rose - eliantemo
27. Rock water - acqua di roccia
28. Scleranthus - scleranto, fiorsecco
29. Star of Bethlehem - stella di Betlemme, latte di gallina
30. Sweet chestnut - castagno dolce
31. Vervain - verbena
32. Vine - vite
33. Walnut - noce
34. Water violet - violetta acquatica
35. White chestnut - Ippocastano
36. Wild oat - avena selvatica
37. Wild rose - rosa selvatica
38. Willow - salice

39. Rescue Remedy - rimedio di pronto soccorso, che è disponibile anche in pomata. Lo scopo essenzialmente è di rimediare a uno shock improvviso, ad esempio un incidente, una cattiva notizia, un trauma, in genere tutte quelle situazioni che possono provocare ansia e predispone la mente e il corpo a una rapida guarigione. Il Rescue è composto da cinque rimedi: Clematis, Cherry Plum, Impatiens, Rock Rose e star of Bethlehem.

sabato 14 gennaio 2012

Il pompelmo

Solo di recente si usa il pompelmo dal punto di vista terapeutico, sia in fitoterapia sia in aromaterapia.
La polpa è ricca di pectine e fibre che limitano l'assorbimento di grassi e zuccheri; per chi segue una dieta dimagrante fornisce vitamine e nutre senza far ingrassare.
In fitoterapia si usa in particolare la sostanza bianca spugnosa situata tra la polpa e la scorza, l'albedo: a contatto con l'acqua si gonfia e forma una gelatina che dà la sensazione di pienezza; in commercio si trova questa sostanza sotto forma di capsule.
L'olio viene ricavato dalla scorza per spremitura a freddo e prodotto principalmete in California.
Le sue proprietà sono: vitaminico, depurativo, tonico, astringente e antisettico.
Molto efficace per eliminare la ritenzione di liquidi, è indicato per i gonfiori alle estremità, la cellulite, la sindrome premestruale: in questi casi si usa l'olio diluito per fare massaggi o bagni.
I bagni sono anche tonici e stimolanti peciò si possono fare quando si è stanchi, depressi, stressati, esauriti e raffreddati.
Date le sue proprietà astringenti e depurative si può utilizzare l'olio per la pelle grassa e la forfora.
L'olio essenziale si miscela bene con oli di agrumi  o speziati.



lunedì 9 gennaio 2012

Il rovo

 Si riconosce soprattutto quando è ricoperto dai suoi frutti scuri e zuccherini, le more, conosciute e usate sin dall'antichità non solo per uso alimentare.
Plinio le considerava un antidoto contro i morsi dei serpenti e degli scorpioni, per curare piaghe e ferite e per uso interno per stimolare la diuresi. Le stesse proprietà furono riconosciute anche nel periodo del Rinascimento.
Il rovo appare in alcuni stemmi nobiliari, con fiori o frutti.
Nelle fiabe solitamente ha un ruolo negativo in quanto impedisce il passaggio del principe che va a salvare l'amata o del fanciullo che rimane bloccato inseguito dalla strega.
In Inghilterra e in Germania è molto apprezzato l'infuso di foglie di rovo dal gusto simile a quello del tè nero.
Le proprietà sono: antinfiammatorio, astringente, diuretico ed emostatico.
Le more sono ottime crude o sotto forma di marmellata.
L'infuso può servire in caso di diarrea.
Il decotto di foglie serve per rallentare le mestruazioni abbondanti e la diarrea, per le emorroidi, le perdite bianche e il diabete.
Un decotto più forte serve invece per uso esterno per i gargarismi in caso di gengiviti, per le piaghe e per irrigazioni vaginali contro le perdite bianche.

sabato 7 gennaio 2012

Il sambuco

Sambucus deriva dal greco sambyche che indica una specie di flauto ricavato dal legno della pianta.
Nell'antichità era considerata una pianta sacra, che offriva rimedi per tutti i mali.
Nel Medioevo i germani lo consacrarono a Hulda.
I contadini quando lo vedevano facevano un inchino e prima di staccarne una parte facevano dei riti particolari; con la corteccia curavano il mal di denti e ne tenevano in tasca un pezzo per proteggersi dai reumatismi.
Si credeva che potesse proteggere dagli incantesimi e dai morsi dei serpenti: i contadini tedeschi e tirolesi lo piantavano per questi motivi vicino alle case.
Le proprietà sono: antiflogistico, antireumatico, sudorifero, depurativo.
Le varie parti della pianta hanno usi diversi.
Il decotto di corteccia si usa per eliminare le infiammazioni alla vescica, per i reumatismi, per la ritenzione idrica .
Il decotto di frutti è lassativo, depurativo, antidolorifico soprattutto per il trigemino e per il nervo sciatico.
L'infuso di fiori ad uso interno per la febbre e la bronchite e per uso esterno per le scottature, i foruncoli e i reumatismi.
Un pizzico di foglie secche e polverizzate ferma il sangue dal naso.


venerdì 6 gennaio 2012

La carota selvatica

La carota selvatica si distingue dalle ombrelle bianche dei fiori, leggermente rosate all'interno e dalle foglioline che  profumano di carota; la radice ha un odore sgradevole ed è legnosa.
Esistono carote anche bianche il cui gusto è lo stesso.
Il significato è quello di felicità e di festa, perché in passato veniva usata per abbellire e addobbare gli ambienti nei giorni di festa.
Quella che viene consumata oggi fu selezionata nel XVI secolo, ma le sue proprietà si conoscono da oltre duemila anni: favorisce la diuresi e la secrezione lattea. Forse a causa della sua forma veniva considerata anche afrodisiaca e per curare l'impotenza maschile. Si riteneva utile anche per curare l'epilessia se veniva colto il fiore della carota nelle notti di luna piena.
Le sue proprietà sono: vitaminizzante, antinfiammatorio, depurativo e carminativo.
La carota coltivata sostituisce quella selvatica dal punto di vista terapeutico.
Si mangia cruda, centrifugata e cotta. Il brodo di carote è ottimo in caso di diarrea e insieme ai semi di coriandolo o di finocchio è un buon carminativo.
La polpa cruda, grattuggiata, si può applicare localmente per alleviare le infiammazioni e le scottature solari.
Dai frutti si ricava l'olio che, diluito, si usa per massaggiare la pelle stanca e rugosa, la psoriasi e gli eczemi. Le frizioni favoriscono anche la circolazione, attenuano i dolori reumatici e gli edemi.
Per addolcire l'olio di carota si può unire l'olio di geranio odoroso, dato che ha applicazioni simili.



giovedì 5 gennaio 2012

L'ibisco

E' tipico delle zone tropicali, ma lo si trova anche nella fascia temperata.
Il genere Hibiscus comprende circa 300 specie, coltivate a scopo ornamentale come l'hibiscus rosasinensis, che ha fiori bianchi, rossi o viola con calici carnosi, o l'hibiscus sabdariffa usato in cucina per aromatizzare vari piatti, tra cui alcuni curry indiani, marmellate, un vino e una specie di salsa; l'hibiscus esculentus produce dei frutti simili alle zucchine, gli okra, che si cucinano come contorno e sono tipici di alcune cucine orientali; la varietà cannabinus è sfruttata per produrre fibre tessili.
In Polinesia le donne portano un fiore di ibisco tra i capelli e anche gli uomini fanno la stessa cosa, ma con questo significato: se viene messo sull'orecchio destro significa "sono fidanzato", mentre su quello sinistro "sono libero".
Nel linguaggio dei fiori è il simbolo della bellezza fugace.
Le proprietà sono: dissetante, rinfrescante, diuretico, vitaminizzante.
Il carcadè è dato dall'infuso dei calici essicati ed è una bevanda a elevato contenuto di vitamina C, quindi si può bere in inverno per contrastare il raffreddore e l'influenza e d'estate perché è dissetante e rinfrescante.
Divenne una bevanda nota durante il periodo fascista, perché in quel periodo si potevano utilizzare solo prodotti italiani o delle colonie.
Esternamente si può usare sulla pelle come lozione astringente e tonica, indicata per le pelli sensibili e irritate.
L'infuso è anche un buon colorante naturale.

domenica 1 gennaio 2012

Gli oli essenziali

Gli oli sono contenuti in piccole ghiandole, situate in punti diversi a seconda della pianta. Ad esempio nell'arancio amaro sono presenti nella scorza del frutto, da cui si estrae l'olio di arancio, nei fiori, da cui si ricava l'olio di neroli e nelle foglie l'olio di petit-grain.
Non tutte le piante sono così ricche di oli essenziali: alcune non lo sono affatto.
Sin dall'antichità l'uomo ha cercato di estrarli. Oggi i procedimenti industriali sono più rapidi e permettono un rendimento maggiore rispetto a quelli di un tempo e con il processo di rettificazione si ha l'eliminazione di sostanze di scarto, ottenendo prodotti più puri.
Le tecniche di estrazione sono simili: dipendono dalla posizione delle ghiandole odorifere nella pianta.
Si usa la distillazione in acqua o in corrente di vapore per i legni aromatici, erbe e alcuni fiori (ad es. le rose): le piante vengono scaldate in modo che le ghiandole scoppino e rilascino l'olio profumato; poi si lascia raffreddare il tutto e si raccoglie l'olio che si è condensato in superficie. Questo metodo viene usato sin dall'antichità e oggi effettuato con tecniche più raffinate.
Anche la macerazione a freddo e a caldo sono metodi usati dall'antichità e oggi raffinati.
La macerazione a freddo viene utilizzata per i fiori delicati come ad es. le viole e i gelsomini: si mettono in una sostanza grassa, tipo l'olio di mandorle e ogni 2 o 3 giorni li si sostituisce finché tutto il grasso è impregnato. La macerazione a caldo è simile ma tenendo il grasso a una temperatura costante di 60-70°C.
Per i semi e le scorze di agrumi, così ricchi di oli basta una pressione per far uscire l'essenza (spremitura).
L'estrazione con solventi volatili, molto costosa, permette di ricavare tutta l'essenza.
Le essenze sono vendute in flaconi di vetro scuro, (non di plastica) e sono da conservare lontano da fonti di calore e di luce.
Il prezzo delle essenze è piuttosto caro e questo è un valido indicatore della purezza:  varia a seconda della quantità di materia prima; ad esempio l'olio di gelsomino è più caro dell'olio di lavanda e meno caro di quello di iris.
L'etichetta deve riportare "olio essenziale 100% puro", il nome latino della pianta, il metodo di estrazione usato e l'assenza di additivi sintetici.
A volte possono essere diluiti con oli di minor pregio, come ad esempio quello di ricino, ma macchiano i tessuti, cosa che non succede con quelli puri.
Essendo molto concentrati, l'uso interno è da effettuarsi sotto il parere di un medico specializzato; ci sono anche limitazioni all'uso per i bambini sotto gli 8 anni, le donne in stato di gravidanza e allattamento, per le persone anziane e per chi ha problemi di epilessia, di asma e di allergie.
Non presentano però particolari controindicazioni l'olio di arancio dolce, quello di camomilla, di lavanda, di mirto e di rosa.
E' importante che non vengano comunque in contatto con le mucose e con gli occhi.
Gli oli per diluire le essenze possono essere diversi: olio di mandorle e di germe di grano (ammorbidenti e nutrienti); olio di oliva (per la pelle secca); olio di jojoba (tonificante e rigenerante).
Si possono diluire anche in creme neutre, in bagnoschiuma e shampoo, in yogurt e panna (per le maschere facciali).
Gli oli essenziali si possono usare per massaggi, bagni, pediluvi, impacchi, suffumigi, inalazioni e maschere facciali; si possono mettere anche sui pot-pourri, nei bruciaprofumi, negli umidificatori, nei nebulizzatori.
Ecco qualche indicazione:
- balsamico: eucalipto, abete bianco, pino silvestre;
- dolce: rosa, viola mammola, mirto, camomilla, salvia sclarea, basilico;
- fresco: basilico, menta, rosmarino, melissa, arancio amaro;
- caldo: gelsomino;
- agrumato: limone, arancio dolce, pompelmo;
- speziato: basilico, maggiorana, aneto, alloro;
- legnoso: maggiorana;
- erbaceo: tiglio, lavanda, mirto.



venerdì 30 dicembre 2011

Infusi, decotti, bagni

Gli infusi e le tisane sono a base di foglie, fiori (freschi o secchi), gemme. Vi si versa sopra l'acqua bollente e si mescola spesso in modo che rilascino tutte le proprietà. Si filtra dopo 10 minuti, si beve non troppo caldo e non troppo freddo ed è da consumare nel corso della giornata.
Il decotto è a base di radici, corteccia, foglie particolarmente dure e semi, che vanno sminuzzati e gettati in una pentola con acqua che bolle. A fiamma bassa, con sopra il coperchio, si continua a far bollire per 15-20 minuti; poi si filtra e si lascia intiepidire.
Ci sono erbe che danno infusi e decotti piacevoli e altri non altrettanto, ma si può aggiungere miele, sciroppo d'acero o zucchero di canna. Inoltre si possono unire altre erbe cercando di sceglierle in base alla proprietà che deve essere simile a quella da assumere. A seconda dei casi si possono aggiungere menta, cannella, salvia, baccelli di vaniglia, scorze di agrumi, rosmarino, radice di liquirizia sminuzzata.
Si possono fare dei bagni versando nella vasca dei decotti molto concentrati o mettendo in un sacchetto di stoffa le erbe scelte.

giovedì 29 dicembre 2011

Cenni storici di fitoterapia

Fin dagli albori dell'umanità le piante hanno rappresentato per l'uomo il cibo col quale alimentarsi, la medicina per curare malattie e guarire ferite, il veleno col quale uccidere i nemici e gli animali da cacciare.
La fitoterapia, cioè la cura delle malattie con preparati a base di piante è quindi molto antica, così come lo è l'aromaterapia, cioè il metodo che si avvale dell'olio essenziale ricavato dalle piante.
Gli uomini bruciavano gli aromi in onore degli dèi e solo all'inizio del XX secolo l'aromaterapia ricevette il suo nome e si sviluppò come scienza terapeutica. Fu merito al chimico francese René H. Gattefossé, che compiendo degli esami in laboratorio si scottò con una sostanza chimica e guarì rapidamente grazie a un'immediata e casuale immersione della piaga in olio essenziale di lavanda: da allora gli studi sono proseguiti e hanno fatto molti progressi.
La floriterapia, che ha origini più recenti, è invece il trattamente che fu ideato dal medico inglese Edward Bach (1886-1936) e che ricorre a distillati di fiori. Bach pensava che il corpo e l'anima fossero indivisibili e che non si potesse curare uno tralasciando l'altra; egli seppe recuperare in chiave moderna le antiche tradizioni di guarigione ed elaborare per i nostri tempi una terapia che curasse la persona partendo dall'anima.
La prima testimonianza dell'uso terapeutico delle erbe risale a una serie di tavolette di argilla con caratteri cuneiformi attribuite ai sumeri, risalenti al III millennio a.C..
Secondo la tradizione cinese l'imperatore Shen Nung, nel 2698 a. C. cura un "Catalogo delle piante" contenente 252 descrizioni.
I babilonesi avevano un repertorio di 1.400 piante medicinali.
Nel 1550 appare il cosiddetto Papiro di Ebers, il testo egizio più antico e completo di fitoterapia; era compito dei sacerdoti preparare la maggior parte delle preparazioni fitoterapiche.
Il medico greco Ippocrate (460-377) stabilisce per primo i dosaggi delle erbe; prima di lui vennero utilizzate da Achille e Asclepio che secondo la tradizione avrebbero seguito gli insegnamenti del centauro Chirone.
Teofrasto (372-287) redige dei testi fondamentali riguardanti le applicazioni pratiche delle piante medicinali.
Importanti opere sono anche quelle di Plinio il Vecchio (23-79) , di Dioscoride (40-90circa), di Ibn el Batair nell'VIII secolo.
Nel secolo successivo, secondo la tradizione, sarebbero convenuti a Salerno degli studiosi provenienti da varie parti del mondo per dare vita a una scuola di erboristeria: l'ebreo Helinus, l'arabo Azdala, il greco Pontus, il latino Salernus.
Come nell'antichità, anche nel Medioevo le conoscenze erano prerogativa della classe religiosa; tra il IX e il XVI secolo in ogni monastero vi era un "giardino dei semplici", dove venivano coltivate le piante medicinali.
Sono da ricordare senz'altro: suor Ildegarda, badessa di Bingen (1098-1179) che ci ha lasciato un volume (Physica) in cui, per la prima volta, vengono citate le virtù terapeutiche di alcune piante come ad esempio l'arnica; sant'Alberto Magno (1200?-1280) che grazie ai suoi testi, tra cui De Vegetalibus, è diventato il patrono dei botanici.
Nel Cinquecento cresce l'importanza dell'osservazione diretta e vengono redatti erbari illustrati.
Alla fine dell'Ottocento vennero per la prima volta preparati sinteticamente alcuni farmaci partendo dai vegetali. Lo sviluppo però della farmacologia portò però a un declino della fitoterapia che sembrava fosse sul punto di essere dimenticata a metà del Novecento.
Successivamente l'utilizzo delle erbe è tornato ad essere di interesse generale, merito anche della consapevolezza che non hanno tutti gli effetti collaterali dei farmaci, oltre al rinnovato interesse per la natura e la nascita delle scienze ambientali.

Il salice

E' un albero grande e robusto, con foglie allungate, rami e gemme ricoperti di peli argentei.
I romani utilizzavano i rami per intrecciare canestri e come i greci per placare gli ardori femminili.
L'uso principale era comunque contro la febbre e le malattie reumatiche.
In passato si pensava che se di notte ci si aggirava vicino a un salice si rischiava di essere rincorsi dalla pianta.
Le sue proprietà sono: sedativo, antinevralgico e febbrifugo.
La corteccia contiene acido salicilico, uno dei componenti principali di analgesici come l'aspirina.
L'infuso di foglie e amenti è sedativo, per gli stati di insonnia, l'ansia e l'angoscia.
Il decotto di corteccia è consigliato in caso di febbre, dolori reumatici e artirte.
Un decotto fatto con una maggiore quantità di corteccia lo si utilizza per fare bagni rilassanti e per alleviare i dolori reumatici.

giovedì 22 dicembre 2011

L'abete bianco

E' una conifera sempreverde, a forma piramidale, che può raggiungere i m. 50 di altezza.
Proprio per la sua altezza gli abitanti dell'Asia settentrionale ne furono colpiti e lo ritennero un albero cosmico, la cui cima raggiunge il cielo e le cui radici sprofondano fino agli inferi.
Anche in Europa colpirono le sue dimensioni, tanto che alcune popolazioni lo consideravano la dimora del genio della foresta.
Un tempo, soprattutto in Savoia, lo si considerava protettore contro i fulmini e il malocchio.
Attualmente, in molti paesi, rappresenta l'emblema delle feste natalizie.
Le proprietà sono le seguenti: balsamico, espettorante, lievemente antisettico.
Viene principalmente utilizzato per le vie respiratorie; ad esempio l'infuso di gemme è ottimo per chi ha la bronchite.
Per l'utilizzo esterno è un buon deodorante e antisettico ed esplica un'azione antireumatica ; è utile per alcuni problemi di natura circolatoria, come ad esempio le vene varicose. Si prepara il decotto con gli aghetti, filtrando il tutto e cercando di spremerli per ricavarne più succo possibile.
Per un bagno tonificante basta racchiudere in una garza una manciata di gemme e di aghi.
Per alleviare i dolori reumatici e artritici si può diluire l'olio essenziale nell'acqua della vasca da bagno o si possono fare dei massaggi diluendolo in olio di oliva.
Per le vie respiratorie irritate si possono fare suffumigi o metterlo nel bruciaessenze.
Con le gemme si prepara il "miele di abete" ricchissimo di vitamina C.

mercoledì 21 dicembre 2011

La borragine

Ha un lungo fusto peloso, foglie rugose e fiorellini blu.
Nell'antichità non veniva usata terapeuticamente: il primo a descriverla e a impiegarla fu sant'Alberto Magno nel XIII secolo.
Insieme al tarassaco e al crescione, in insalata o centrifugata, è un ottimo depurativo per la pelle.
L'infuso di foglie è un valido depurativo, grazie alle proprietà diuretiche e sudorifere, utile per i reumatismi e per le eruzioni cutanee come eczemi o per il morbillo e la varicella.
L'infuso di fiori è emolliente e calma la tosse.
L'infuso di foglie e fiori ha  un effetto calmante sulla pelle irritata e placa i pruriti.
Le foglie giovani, tritate, insieme ai fiori si possono mangiare in insalata o essere messe nelle frittate e nelle minestre. Si possono usare come gli spinaci, ad esempio come ripieno per i tortelli. Il gusto rinfrescante si addice anche alla preparazione di bevande.

lunedì 19 dicembre 2011

L'arnica

E' interamente ricoperta di peluria, con un fusto semplice o ramificato alto fino a cm. 60.
Anticamente non aveva usi terapeutici.
Solo nel XII secolo si hanno testimonianze nei trattati di erboristeria.
Venne usata da Santa Ildegarda e dalla scuola medica salernitana.
Nell'Ottocento veniva usata dai poveri per combattere la febbre.
Un tempo i montanari usavano fumare le foglie per curare il catarro, la tosse e la bronchite; per questo motivo viene anche chiamata "tabacco di montagna".
L'uso dell'arnica ebbe per alcuni secoli apprezzatori e detrattori; oggi si sa che l'uso esterno è molto valido in caso di ecchimosi, lividi, distorsioni; non è da applicare su tagli, piaghe e lacerazioni.
La tintura madre e l'olio essenziale hanno le stesse applicazioni.

domenica 18 dicembre 2011

La viola mammola

E' una pianticella con foglie cuoriformi e profumati fiorellini.
Simbolo dell'amore romantico, dell'umiltà e della modestia.
Un mazzetto fu donato da Giuseppina Beauharnais a Napoleone durante il loro primo incontro e diventato imperatore ne fece il simbolo del suo partito.
Già i greci ne estraevano il profumo, i romani credevano che il profumo impedisse le ubriacature durante i banchetti e i medici della scuola salernitana prescrivevano le viole contro i postumi degli eccessi d'alcol. Lo sciroppo di violetta vanta infatti origini che risalgono al XVI secolo e ancora oggi viene usato.
Secondo una leggenda le violette sarebbero nate dalle lacrime di Adamo disperato dopo la cacciata dall'Eden.
I fiori possono essere seccati all'ombra, conservati in vasi di vetro e utilizzati come infuso per le affezioni delle vie respiratorie.
Il decotto, per uso esterno, serve per gargarismi, dermatiti, contusioni, ragadi al seno e scottature.
L'olio diluito per applicazioni serve come depuratore della pelle, per le dermatiti, l'acne, gli eczemi. Usato per massaggi stimola la circolazione sanguigna, allevia i reumatismi, è tonico, rilassante e rende la mente lucida.
E' un'essenza prettamente femminile, ma gradita anche agli uomini se mescolata con olio di basilico e erba moscatella.
I fiori si possono mangiare in insalata o canditi.

L'eucalipto

E' un imponente albero con foglie grigioverdi e frutti argentati a forma di campanellina, con la corteccia grigia che si stacca a lunghe scaglie.
Il suo paese d'origine è l'Australia, dove ne esistono moltissime specie; quello comune venne portato da un botanico tedesco nell'Ottocento.
Gli aborigeni australiani applicano i cataplasmi di foglie sulle ferite, sulle piaghe e sulle scottature; inoltre bruciano il legno per aromatizzare i cibi.
In Italia è poco diffuso; in Portogallo e Spagna ci sono grandi boschi di eucalipto (se ne trovano per esempio lungo il cammino di Santiago).
L'eucalipto venne chiamato "albero della febbre" perché si riteneva, un tempo, che combattesse la malaria. Venne così piantato in molte zone paludose: in realtà si limita a prosciugare l'acqua stagnante eliminando l'habitat della zanzara anofele.
E' un albero molto prezioso perché cresce rapidamente e fornisce legname per vari usi.
Solo nell'Ottocento gli europei si accorsero delle sue proprietà, già note da secoli agli aborigeni: è balsamico, antisettico (in particolare per le vie respiratorie), febbrifugo, ipoglicemico.
Noto soprattutto per le proprietà balsamiche è un ottimo rimedio per le bronchiti, i raffreddori e l'influenza: l'eucaliptolo, sostanza contenuta nelle foglie, infatti entra a far parte della composizione di molti sciroppi e caramelle.
Con l'infuso di foglie si possono lavare e disinfettare le mani o fare impacchi su ferite e piaghe.
Inalare qualche goccia di olio essenziale versata in un catino di acqua calda serve per decongestionare le vie respiratorie. Nella vasca da bagno diventa stimolante e fortemente deodorante, soprattutto quando si suda molto.
Le foglie fresche o essicate tengono lontano gli insetti.

sabato 17 dicembre 2011

Il peperoncino

Il peperoncino giunse in Europa dopo la scoperta dell'America come le patate e il cioccolato.
La coltivazione si diffuse rapidamente nelle zone calde, anche nel sud d'Italia.
Non solo i cuochi hanno fatto uso del peperoncino, anche la medicina popolare. Veniva utilizzato come sostituto dell'alcol nelle cure disintossicanti; alla fine dell'Ottocento lo si univa pestato al sale per curare l'influenza.
Ne esistono di varie forme e dimensioni, piccolissimi e decisamente piccanti e altri tondi simili a ciliegie.
L'uso interno è limitato, mentre quello esterno non è da trascurare. Infatti la tintura scalda la parte su cui viene applicata, stimolando localmente l'afflusso di sangue. E' quindi indicato per curare le nevralgie, i reumatismi, la gotta, la lombaggine.
In Ungheria, patria del gulasch, un proverbio dice: " Alcuni desiderano la ricchezza, altri la fama, ma tutti bramano il gulasch".
In cucina viene utilizzato soprattutto fresco, tagliato in rondelle, aggiunto ai vari piatti.
Il principio attivo che ne causa la piccantezza è un alcaloide, chiamato capsacina, presente in quantità differenti nei diversi peperoncini; in dosi minime attiva la circolazione sanguigna, in dosi massicce può provocare ustioni. La preparazione di grandi quantità di peperoncini va effettuata con guanti o altre protezioni, per evitare di venire in contatto con dosi eccessive di capsacina.
Spesso viene anche conservato tramite essiccazione e utilizzato spezzettato o polverizzato; ha anche effetti antibatterici sui cibi.
La parte più piccante del peperoncino è la parte superiore del frutto e la placenta interna, che vanno  asportate se si intende diminuirne l'effetto piccante.


venerdì 16 dicembre 2011

L'ippocastano


Il nome ippocastano, cioè di castagno dei cavalli deriverebbe dal fatto che i turchi ne davano da mangiare i semi ai cavalli bolsi.
E' un albero ornamentale con fiori bianchi a grappolo e foglie grandi palmate. Queste cadendo lasciano sui rami una cicatrice a forma di ferro di cavallo.
E' originario dell'Europa orientale e si è diffuso da noi nel XVI secolo.
Le castagne, dette d'India erano usate per una farina nutriente che doveva essere sottoposta a una particolare lavorazione per togliere il sapore amaro e i componenti tossici; dato che i frutti contengono saponina venivano messi a bagno in acqua per ricavare una specie di liscivia.
Una volta si usava portare in tasca le castagne d'India perché si credeva prevenissero le malattie da raffreddamento.
Ha le seguenti proprietà: astringente, antinfiammatorio e vasocostrittore.
Il decotto si usa per varie applicazioni: varici, gonfiori ai piedi, emorroidi non gravi, couperose; agisce alleviando il dolore, il prurito e eliminando il ristagno dei liquidi nei tessuti.
La farina di semi sciolta nell'acqua della vasca da bagno è rivitalizzante e toglie l'opacità alla pelle.

mercoledì 14 dicembre 2011

La genziana

Il genere Gentiana comprende oltre 400 specie.
La Gentiana lutea (genziana maggiore o gialla), è conosciuta sin dai tempi di Teofrasto e il suo nome deriverebbe da Genzio, l'ultimo sovrano degli Illiri, sconfitto dai romani nel 167 a.C., che per primo individuò le proprietà medicamentose della radice della genziana maggiore.
Sia Plinio sia Dioscoride la consigliavano per i disturbi di stomaco e del fegato e contro i morsi dei serpenti: è proprio per queste virtù che venne usata durante tutto il Medioevo.
Le varietà Gentiana clusii, diffusa nelle Alpi e quella kochiana, diffusa negli Appennini meridionali, vengono dette entrambe genzianella. Queste piante basse, a fiore singolo di colore viola intenso, vengono utilizzate per le stesse proprietà di quella maggiore.
Vengono da sempre usate nella preparazione di liquori digestivi e aperitivi e in particolare, prima della diffusione del chinino, per combattere le febbri di varia natura.
Nel linguaggio dei fiori le genziana maggiore rappresenta il disprezzo del donatore per il destinatario del dono.
Il significato della genziana è la determinazione: infatti cresce in montagna, in mezzo alle rocce, resistendo a temperature rigide ed alle intemperie.
Le preparazioni a base di genziana e di genzianella sono molto amare e per questo in grado di aumentare le secrezioni gastrica e salivare che, quando sono insufficienti, provocano diversi disturbi (cefalee, sonnolenza, fermentazioni intestinali).
L'applicazione esterna di tintura di radice diluita in acqua, combatte la pelle grassa.

lunedì 12 dicembre 2011

Il vischio

Sboccia nel periodo del solstizio d'inverno.
I germogli non cercano la luce, le radici non si insinuano nel sottosuolo, il pollone conserva la clorofilla anche se immerso nell'oscurità di un bosco.
E' impossibile che cresca dove le altre piante verdi prosperano: non ha geotropismo (proprietà degli organi vegetali di orientarsi, quando crescono, in direzione conforme alla forza di gravità), né fototropismo (tendenza delle piante a orientarsi verso la luce del sole).
Quando viene reciso rimane verde e lucente invece di seccarsi e avvizzire; dopo trenta giorni dal taglio raggiunge la massima intensità di color oro.
E' una pianta che è rimasta indietro nella scala dell'evoluzione: per questo motivo non può crescere direttamente sul terreno e ha bisogno di un ospite intermediario.
Sono destinati a sopravvivere solo i semi portati sugli alberi; quelli che cadono al suolo si bruciano, come al contatto col fuoco. Gli uccelli mangiano le bacche del vischio e spargono i semi insieme agli escrementi: però solo quelli portati sugli alberi vivranno.
Appena toccato un ramo sviluppano un filamento che, arrivato alla corteccia, vi aderisce allargandosi con un disco di gomma. Poi cresce perpendicolarmente al ramo portante, seguendo il suo personale ritmo e manifestando la più completa indifferenza ed estraneità alle condizioni cui normalmente sono sottoposte le altre piante. Dal "cuore" del disco nasce un filamento sottile e robusto che penetra nel tessuto sottostante dell'albero e attraversandolo raggiunge il legno.
E' impossibile per l'albero liberarsi dell'ospite: è una pianta semi-parassita.
Il filamento si allunga ogni anno all'aumentare del diametro del ramo. La pianta diventa sempre più rigogliosa emettendo rami, fiori, frutti e nuovi filamenti, che come radici aderiscono e si insinuano in profondità nel legno dell'albero generando nuove fronde.
La nuova pianta in breve tempo si sostituisce al fogliame dell'albero preda e con le sue ramificazioni finisce per prendere direttamente l'alimento proveniente dalle radici dell'albero.
Per tradizione si raccoglie il giorno del solstizio d'inverno; fiorisce da marzo a maggio e si essica all'ombra.
Vive in una specie di limbo tra le chiome degli alberi e come un embrione attaccato al cordone ombelicale, si nutre della linfa vitale dell'albero madre.
Non sono indispensabili la luce e l'aria e rifiuta il contatto con la materia.
Non riconosce limiti al suo sviluppo, cresce in tutte le direzioni riproducendo la forma sferica.
Il vischio è simbolo delle infinite potenzialità dell'intelligenza del corpo e della plasticità.
E' il soma, l'antica bevanda sacra portata ai mortali da un'aquila, simbolo dell'immortalità e sorseggiata dagli uomini per entrare in contatto con il divino.
I Celti lo chiamavano "colui che guarisce tutto". Lo immergevano nell'acqua e distribuivano la medicina agli ammalati per facilitarne la guarigione e preservare la buona salute. Ritenevano nascesse dove si era abbattuta la folgore e si credeva che il ramo giallo contenesse il seme del fuoco. Agni, dio del Fuoco, era nato dal legno ed era l'embrione di ogni pianta: tagliandolo gli uomini si procuravano tutti i poteri del fuoco.
Il suo uso rituale risale ai popoli celtici. I druidi non considerano niente di più sacro del vischio e dell'albero sul quale cresce, purché si tratti di un rovere in quanto ritenevano che tutto ciò che nasce sulle piante di rovere era inviato dal cielo. Il vischio di rovere si trova raramente e quando viene scoperto si raccoglie con grande devozione: il sacerdote, vestito di bianco, sale sull'albero, taglia il vischio con un falcetto d'oro, metallo solare e lo raccoglie in un panno bianco per evitare che tocchi la terra nera e poi vengono immolati due tori bianchi.
Preso in pozione ritenevano che restituisse la fertilità a qualunque animale sterile e fosse un rimedio contro tutti i veleni. I sacerdoti druidi lo usavano per entrare in uno stato diverso di coscienza.
Secondo la medicina cinese il suo sapore è amaro - freddo, disperde il fuoco e giova al Cuore.
E' diuretico, antispasmodico e ipotensivo. Secondo Steiner può rallentare e inibire alcune forme di tumore: stimola il sistema immunitario, si oppone all'azione delle forze eteriche perciò frena la proliferazione, respingendo le forze terrestri e concentrando l'azione nella zona peri-tumorale, provoca un'iperemia e un rialzo termico.
Il vischio era consacrato a Proserpina.
Secondo la tradizione, Enea dovette procurarsi il ramo d'oro in un bosco sacro nei pressi di Nemi per poter scendere nell'oltretomba dell'Averno e affrontare i suoi spettri per poi fare ritorno.
Anche ora lo si considera un talismano naturale contro le streghe e gli gnomi. Popolarmente si dice che può aprire tutte le porte, perciò anche quelle dell'oltretomba.
Baciarsi sotto un ramo di vischio a Natale è una tradizione antica.
La mitologia norvegese lo associa alla figura del dio Balder, che morì dopo essere stato colpito da rami di vischio. In memoria del dio, sono soliti bruciare i rami in prossimità del solstizio d'estate, con lo scopo di allontanare la sventura e invocare la prosperità ed il benessere.
Nel linguaggio dei fiori è un simbolo beneaugurante.
Le ghirlande sono simbolo di vittoria e di eternità e appese alle pareti di casa proteggono i suoi abitanti, garantiscono un anno di armonia familiare e di fortuna
La fitoterapia utilizza le foglie e i rami in applicazioni esterne. Per via interna dosi eccessive possono dare effetti tossici.
Calma, tranquillizza e tonifica il sistema nervoso; giova in caso di epilessia, isterismo, nefrite cronica, arteriosclerosi; ha un effetto vasodilatatore, è un tonico per il cuore.
Si utilizza il liquido filtrato delle foglie di vischio bollite per curare i geloni.
Insieme alle bacche di biancospino e di tiglio si utilizza nella cura dell'alta pressione.